• Questa volta lo faccio davvero…

    Questa volta lo faccio davvero…

    Finalmente il grande rientro, almeno per me. C’è chi, in ferie, è già stato, chi lo è ancora, chi deve ancora partire e chi alla fine non partirà. Io penso solo al fatto che questa è la prima settimana di lavoro in studio e sarà un po’ traumatica. Come sempre, come per tutti. Ho letto in qualche libro e, ultimamente, anche in alcuni post su Facebook, che chi considera il proprio lavoro come un’attività piacevole, divertente e piena di stimoli positivi, non si annoierà mai e in definitiva potrà sentirsi sempre in vacanza. Io non sono così d’accordo con questa affermazione, per vari motivi.

    Per anni, abitando in un luogo dove il lavoro è sacro e dove le persone vengono “misurate”, a volte esclusivamente, con il metro della loro capacità lavorativa o produttiva, ho pensato, o mi è stato insegnato, che le vacanze bisognava meritarsele, che in vacanza ci devi arrivare dopo aver acquisito la consapevolezza di avere dato tutto, fino all’ultima goccia di energia alla tua attività lavorativa. Recentemente ho letto, nell’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, come il lavoro, in certi modelli culturali, possa essere considerato una religione, la cellula primordiale del nostro organismo in grado di marchiare l’animo e il corpo di una vita intera. In questo senso, tornare al lavoro, significa ricondurre tutta la nostra vita esclusivamente a quello, lasciando all’esterno tutto il resto, vacanze comprese.

    Questo voglio evitare, che il lavoro sia esclusivo, nel senso che esclude dalla vita tutto il resto: gli affetti, le relazioni, la dimensione spirituale e in definitiva il resto di se stessi. Non vi nego che, per me, tante volte sia stato così. Vivere la vacanza come una specie di ora d’aria che, una volta finita, ci riconduce inevitabilmente alla prigione lavorativa. Detto questo, mi sembra un po’ semplicistico pensare di sentirsi in vacanza ogni giorno solo per il fatto di considerare il lavoro come un’attività piacevole. Mi sembra che questo atteggiamento tolga un po’ di consapevolezza alla nostra vita rendendo tutto un po’ troppo sfumato, con contorni poco definiti. Il lavoro è una cosa, la vacanza è un’altra.

    Se mai la differenza sta nel fatto che non dovrebbero essere l’uno la causa dell’altro. Uno non dovrebbe andare in vacanza perché se lo merita visto che ha dato tutto e non può proseguire oltre. Non si può essere obbligati ad andare in vacanza perché non c’è più energia per andare avanti. Solo la consapevolezza della libera scelta di un momento senza lavoro ci restituisce la consapevolezza del tempo che stiamo vivendo. Se sono consapevole delle mie scelte, sono anche capace di strutturare o ristrutturare il mondo che mi circonda e di viverlo secondo la mia volontà. Indipendentemente dal fatto che io sia al lavoro o in vacanza in qualsiasi parte del mondo.

    Questa è la prima settimana di lavoro, questa volta non è un rientro ma una scelta, questa volta l’ho scelto e se lo scelto è perché mi piace.

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