• Qual è il problema?

    Qual è il problema?

    Sto per iniziare una prima visita, non conosco il paziente. Entro in studio, mi siedo, ci salutiamo e posso porre la mia prima domanda: qual è il problema che l’ha portata qui oggi?

    Il grosso del lavoro è fatto. Non mi resta che stare comodo e ascoltare tutto quello che verrà detto. Dovrò solo lasciare al paziente la libertà di spiegare la sua prospettiva e soprattutto dovrò pensare che il più grande esperto al mondo di quello che soffre e dei problemi che patisce sia proprio lui. Non dovrò interromperlo. Leggo che i medici spesso interrompono i pazienti. Si parla di una percentuale leggermente superiore al 20% di medici che consentono ai pazienti di concludere il discorso iniziato. Addirittura l’interruzione avviene solitamente dopo 20 secondi.

    Non mi sembra logico. È così bello ascoltare, oltre al fatto che difficilmente una persona che si siede sulla mia poltrona impiegherà più di due o tre minuti per raccontare la sua situazione. È interessante ascoltare e capire la percezione del problema da parte della persona che ho di fronte.

    Mi affascina osservare come la prospettiva nel vedere un problema, possa cambiare trovandosi di fronte a persone che non hanno la mia stessa età o che non appartengono al mio stesso sesso o che hanno un vissuto soggettivo completamente diverso dal mio. Le malattie e i problemi di salute non sono tutti uguali e soprattutto non sono percepiti allo stesso modo.

    Nel momento in cui il paziente finisce di raccontare la storia della sua malattia, mi rimane una cosa importantissima da fare: devo restituire, con parole mie questa volta, quello che ho appena ascoltato. Questa operazione serve per riordinare le idee e vedere se ho capito bene quello che mi è appena stato riferito e serve per far sentire la persona che ho di fronte compresa e rispettata.

    Con una domanda e pochi minuti di ascolto ho già fatto tanto, sono a metà dell’opera.

    Anche questa è efficienza!

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