• Paziente? No, cliente! Anzi no: persona.

    Paziente? No, cliente! Anzi no: persona.

    Quando una persona entra nel nostro studio lo fa in seguito ad un percorso che l’ha portata a prendere consapevolmente quella decisione. Esprime un bisogno che è stato percepito e che ha portato alla scelta di un professionista ritenuto in grado di venire incontro a quel bisogno con una soluzione ritenuta adeguata. A quel punto il professionista, in seguito a diagnosi, individua il percorso di trattamento più adatto per quel paziente, in quel momento: il piano di trattamento.

    Una volta determinato il piano, questo deve essere sottoposto al paziente che, in seguito ad una serie più o meno articolata di spiegazioni, accetta di sottoporsi alle cure formalizzando il suo consenso autonomamente e impegnandosi a sottoscrivere un preventivo che, in seguito ad accordi di carattere economico, porterà al saldo finale alla fine del piano con emissione di relativi documenti di fatturazione ai fini fiscali. A fronte di questo accordo formale il professionista e l’impresa da lui condotta si adopereranno per garantire il massimo livello di cura possibile per quel caso, usufruendo di tutte le conoscenze professionali e le risorse tecnologiche necessarie, andando a sancire definitivamente il carattere contrattuale del rapporto.

    In questa situazione io faccio davvero fatica a non parlare di vendita.

    Possiamo girarci in torno all’infinito, possiamo parlare di offerta di professionalità, possiamo parlare di servizio, di bene non materiale e non paragonabile a merce qualunque, ma non possiamo negare l’evidenza. C’è un bisogno, noi ci poniamo come potenziali risolutori di questo bisogno in quanto ne abbiamo le capacità e l’autorizzazione e, a fronte di un ritorno economico adeguato, mettiamo in pratica la nostra professionalità per assolvere al contratto che implicitamente ma formalmente abbiamo stipulato con la persona che è entrata nel nostro studio. Possiamo chiamarla con mille nomi ma è in tutto e per tutto una vendita. Una vendita che segue la possibilità di avere fatto conoscere le nostre capacità ad un mercato e la presentazione del prodotto/servizio che andiamo ad offrire.

    A questo punto, invece di discutere infinitamente sull’opportunità di considerarla una vendita, non sarebbe meglio cominciare a confrontarsi sulle modalità con le quali questa vendita viene effettuata.

    Io propongo la prima considerazione: chi entra nel nostro studio non è un paziente o un cliente ma è una persona che in area clinica ha delle esigenze alle quali noi, come professionisti formati in campo medico, siamo in grado di venire incontro considerando questa persona come un paziente. La stessa persona, in area amministrativa, presenterà delle altre esigenze alle quali noi, in quanto professionisti nella gestione imprenditoriale della nostra attività, sapremo dare una adeguata risposta considerando la stessa persona come un cliente.

    La nostra professionalità, dietro la quale si cela etica, correttezza, sensibilità e via dicendo, si manifesterà al 100% nelle due situazioni portando a compimento quel contratto che per sua stessa natura, in campo medico, richiede di essere assolto dal punto di vista sia clinico che amministrativo. Quindi doppia professionalità e di conseguenza doppia fatica. È davvero una novità questa?

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